Palude d'Epigoni

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« Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche, /gridando: "Togli, Dio, ch'a te le squadro!". »
Dante, Commedia


epigono [e-pì-go-no] s.m.
 Chi riprende le idee o lo stile di un predecessore

Non c'è arte matura quando coloro che l'attraversano sono tutti innovatori e rivoluzionari, come non c'è scienza matura che si dia laddove per un certo tempo non vi siano seguaci di un paradigma.
E´ vero che molti cercano certezza in epoche anteriori e già chiuse, che si rivolgono a languori e sensi del passato facendo a ritroso il percorso che va dal cavallo all'aereo. E lo fanno quasi sempre per amore.
Quanti sono coloro che riempiono così stagni e paludi dell'arte? Quanti sono coloro che hanno sviluppato il gusto e la necessità di essere gracidanti imitatori di quella natura piccola chiamata arte?
Essi formano in virtù di ciò che impropriamente si definisce mancanza di genio, la via lastricata di corpi su cui muove la tigre-destriero del dio, vero decoro alle patrie e segnacolo dei tempi, l'artista innovatore. Il felide Achille. Quello che brucia la strada che percorre e che devia quella che verrà.
Ma la sua strada di cosa, di chi è fatta?

Forse di quelli che per mancanza di virtù, d'ambizione, di coraggio, nemmeno son degni d'esser chiamati "minori".
E mi chiedo che ne sarà di loro nell'inferno degli artisti; avranno mai la forza di far le fiche al dio che passa sopra di loro, da quella penosa posizione che ricoprono?
Forse non la sentiranno affatto penosa se la voglia di rappresentare gli basterà, se il disegno è ben alimentato dall'occhio e se credono ancora che ci sia qualcosa d'importante da dire. In fondo sono vivi, lo mormorano dalla palude, il che poi equivale a pregare. E lo dicono ai pochi che conoscono, sperando che gli credano. Il che equivale a specchiarsi.

Questa riflessione potrà essere inessenziale
ma se tu vedessi passare Dio, e la sua coda ti vellicasse il viso, non cercheresti di ridirlo agli altri sommersi?
Non è forse dovere del villano ricordarsi del giorno in cui vide l'imperatore passare, benchè questi sia anche chi all'inizio e alla fine esige tasse e favori? Non sarà quello il giorno suo più bello?
Da là si potrà ricominciare il racconto, volgerlo da volo pindarico a parodia, da pasqua a carnevale e viceversa.
Poco importa di chi siano le parole.
Rane nella siccità, senza guida, gli artisti mascherati da altri artisti rispolverano i morti o peggio i vivi per trovare un passaggio sicuro.
Con modestia hanno scelto l'ispirazione cui ispirarsi, inspirano, si mettono in marcia e seguono passi già fatti, sempre nuovamente.
Non ci sforzeremo di collocare gli epigoni nel loro tempo, essi già dichiarano apertamente dopo chi vengono, e anche come dobbiamo inscriverli nella storia.
Uomini e donne così stupefatti dalla ricchezza e varietà della vita figurativa che ci viene offerta dal pantheon dei capofila, da non desiderare altro che di rappresentarla, riprodurla, fissarla ancora una volta. L'occhio in questa veste diviene uno strumento metafisico di secondo o terzo grado, mimesi della mimesi della mimesi.
Misurati in questa ambizione di specchio che cosa possono rappresentare per gli epigoni i problemi di un epoca nuova. Fanno da ponte solo con lo spessore dei propri corpi, ma non hanno acque da attraversare, non hanno epoche da aprire.
Perduti in fondo a qualche oscura batracomachia, coltivano sentimenti legati ad esistenze ed esperienze particolari, a predilezioni, a gusti e a sogni; e come tali, proprio perchè mai preoccupati di essere di più, restano assolutamente inconfondibili e originali esseri umani che scrivono, concentrati nella grafia, a loro modo, un dettato immortale: la palude, il luogo comune, finchè dura.

Ci sarà capitato, almeno una volta, di passeggiare per una strada già vista, un barrio già percorso, e di osservarlo, scoprirlo nei suoi dettagli come se fosse la prima volta, con occhi nuovi. Insegne, grondaie, angoli, superfici, finestre, cancelli, alberi; nell'acqua stantia e indistinta di una città individuare qualcosa di bello da godere brano a brano.
Questa rilettura è propria del gusto dell'epigono, e di epigoni fossili è fatto il suolo su cui camminiamo, giacchè dov'era acqua ora è terra, dov'era palude ora è deserto e dove era il mare ora sono montagne, sui pinnacoli ci sono antiche conchiglie che aspettano di essere dissepolte. Tutto fu vivo, anche ciò che è sepolto, anche la pietra. E torna a ridire Venezie intramontabili morenti eterne, a ridire Napoli, città irredente, artifici di vera monnezza.
Allora anche noi risorgeremo altrove, in qualche lontano buco del mondo, vasto e pieno di deserti, per gracidare antiche, datate verità, in lingue non nostre, improbabili pronunciate da noi, stirpe irrisolta di ladri.

E avremo la coda dell'occhio più lunga dell'occhio.








Gli Epigoni, figure della mitologia greca, sono i figli dei sette capi che combatterono contro Tebe.
I nomi più probabili degli Epigoni (diversi a seconda dell'autore) sono: Alcmeone (figlio di Anfiarao), Egialeo (figlio di Adrasto), Diomede (figlio di Tideo), Promaco (figlio di Partenopeo), Stenelo (figlio di Capaneo), Tersandro (figlio di Polinice), Eurialo (figlio di Mechisteo).

Il nome "epigoni" significa "coloro che vennero dopo" e cioè la seconda generazione.
Tratto da Wikipedia






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