Patagonia

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"Credo che il mondo selvatico aspetti l’amicizia dell’umanità."
Roger Payne, “La vita segreta delle balene”








  
    Steppa patagonica a lungo immaginata, sorvolata, secchissima e ventosa. Paesaggio deserto da guanachi, le anime fulve di questi rilievi.  
Precrepuscolo di luci e ombre intagliate già dall'aereo. L'azzurro turchese del lago argentino tra erbe dorate e tra erbe d'argento.
Il nostro ingresso in patagonia.

















     Il ghiacciaio si mangia le ande, è il maggiore fuori dai poli, è grande come un esercito schierato. Zucchero d'anice sotto nuvole alterne e sole bianco. Azzurra prima linea sul fronte, pronta a cadere in un latte celeste al barrito di un tuono. Croccante crosta di ghiaccio che tende alla riva in un punto preciso. Punto che separa le due ascelle del lago dai colori diversi, sgretolandosi da sempre.

Frastuono di soldati al burrone spinti dalle seconde linee, cadono al rallentatore come guglie-baionette nel cimitero di iceberg.
Sentimento di bontà e rischio nel ghiacciaio, manifestazione immutevole e mobile dello scorrere del tempo; eternità in ritirata.
Bontà aliena del ghiacciaio, estruso fiume solido dei monti, dura schiuma che si crepa rivelando compressi, puri azzurri e scorie.

Stupida bontà di questo esercito che non intellige, che si ritira lentamente, che cede stancamente, che si scioglie e crolla senza avversari apparenti. Frammento di antartide che non ha nulla a che spartire con i boschi che lo circondano e ascoltano
altrettanto indifferenti, i suoi crolli, continui, apocalittici.








    I canini taglienti di giovani basse montagne, il cerro Torre e il monte Fitzroy, in una giornata davvero limpida.
Sopra la cittadina un grande condor maschio ci sorvola. Qui ci sono anche il puma e l'huemul, purtroppo nessun pericolo di vederli nei sentieri percorribili di un parco.


Paesaggio selvaggio e sublime, monti coperti di faggi australi che crescono qui come bonsai dalle piccole foglie, i tronchi morti e caduti fanno parte del bosco e sono inimitabili sculture offerte alle vivide immaginazioni. Immagino ovunque il cervo huemul e il puma sbarrarmi il passo.

Ritorno dalla parte del tramonto, dove la steppa è sommersa da un bagno d'oro e le creste rocciose si sfiancano lasciando posto ai paesaggi più lontani, quinte secondarie di picchi taglienti e innevati. Anche le pietre qui diventano sensibili, nessuna cosa può nascondersi in patagonia.
I laghi Argentino e Viedma si acuminano d'azzurro, i ghiacciai e le nevi sono bianchi e senza ombre, bianchi come negazioni, cancellazioni.
Non c'è una nuvola in cielo e il sole basso indora i profili di lontani nandù e guanachi che scorrono veloci dai vetri dell'autobus.

Guardiamo tutto dal finestrino acquario di un mezzo troppo veloce, il cuore s'immerge e continuamente ne è strappato.










    Tutte le specie di uccelli acquatici patagonici che potessi sognare: cauquenes innocenti come agnelli, caracara cauti nel camminare come galline sveglie, ma anche varis, tiuques, cigni, cascoroba, anatre reali, joboradas, colalargas, jergones, quetrus no voladores... I fenicotteri poi sembrano rosee balene volanti dal lungo collo, creature tra le più belle.
Questo nella laguna Nimez, nel lago Argentino, praticamente dentro la città del Calafate, zona umida oggi minacciata (ma già in gran parte distrutta) dalla costruzione di una strada.
Basta una strada.





Il colore del lago è un fenomeno naturale incredibile.
Si chiama latte glaciale ed è dovuto alle particelle erose dalle rocce andine che il ghiaccio sciogliendosi disperde e lascia in sospensione.