MAGGIO '10

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“Durante largo rato sostuvo el libro abierto para que vieramos los nombres. Intuìa emocionalmente lo que los cientìficos saben por medio de los datos: que nosotros, personas y gorillas, caballos y cerdos y murciélagos, monos y ratas y mosquitos y virus, todos estamos en esto juntos.”
David Quammen, “Contacto letal”, NGM.


La Signora Sonia con le sue pecore vicino al cerro che dā sul bosco.
La Signora Sonia con le sue pecore vicino al cerro che dā sul bosco.
   Doña Sonia è una degli ultimi campesinos ad entrare nel nostro progetto, isolata anche dagli altri abitanti di Colìn de Limàvida, abita con la sorella in una casetta ai margini del bosco. Nella sua proprietà c'è ancora una buona macchia di bosco nativo. Lascia crescere nella sua proprietà piante di Quillay, Peumo, Boldo e Litre, nomi per noi esotici di piante endemiche di questa regione, piante purtroppo minacciate in questa vasta area del Chile centrale dal disboscamento per lasciar spazio alla monocultura del famigerato pinus radiata, coltivato massivamente per l'industria della cellulosa. Doña Sonia come una strega buona invece ci tiene al suo bosco e conosce bene gli animali. La sua proprietà è un sistema disordinato che però funziona. Anatre , oche, galline e pecore vivono tutte vicino alla suia casa, e lei è sempre accompagnata da qualche gatto. Per far legna non taglia il bosco ma coltiva alcuni alberi a crescita veloce che ha piantato nelle vicinanze, per l’orto raccoglie il guano dal pollaio e dall’ovile. Le viti e le zucche crescono arrampicandosi sugli alberi. Protegge le sue coltivazioni dagli uccelli con nastri colorati che vibrano al vento e tollera qualche perdita tra gli animali da cortile per opera del peuco (una specie di poiana) o del quique (una sorta di faina). Le pecore quando è sera rispondono al suo richiamo e la raggiungono come tanti cagnolini dopo un giorno passato tra i prati.
Quando viene il giorno di una riunione con noi , Doña Sonia scende sempre dal monte con un po' di pane "casero" per la "convivencia" in comunità.
Dopo il terremoto del 27 febbraio scorso anche la sua casa come la maggior parte di quelle delle altre famiglie campesine è caduta. Ora vive in una "media-agua", una baracca prefabbricata di 18 metri quadri messale a disposizione dal comune. Non per questo però Sonia perde la speranza, questo, lo sa benissimo, è un luogo dove la terra trema e bisogna abituarsi a ricostruire. Suo figlio, che è emigrato a Santiago come la maggior parte dei "figli" di queste sempre più spopolate comunità contadine, l'appoggerà affinchè mantenga il suo stile di vita e le darà una mano per tirar su di nuovo la sua casa non appena passato l'inverno. Inoltre anche noi del progetto l'aiutiamo. Cosa farebbe, ci dice sempre, se non venisse qualcuno di noi a vaccinarle le pecore. In realtà anche se forse non se ne rende ancora ben conto, il lavoro che stiamo veramente facendo è quello di riavvicinarla alla sua comunità...

La cittā di Chaņaral e il suo faro di rame visti dal mare.
La cittā di Chaņaral e il suo faro di rame visti dal mare.


  Nella regione di Atacama, tra l'oceano e il grande deserto c'è una città mineraria che si chiama Chañaral. Nella sua baia vengono scaricate da decenni le scorie d’estrazione di varie miniere della zona, soprattutto quelle della miniera di rame chiamata “Il Salvatore”.
A forza di scaricare sottoprodotti del rame il mare si è allontanato un centinaio di metri dalla città e quando le onde si tranquillizzano, l'oceano emana una strana luce verde. Non ci sono mai bagnanti su queste spiagge ma solo avvoltoi e animali morti come otarie e pinguini. Spesso molti.
Il paesaggio avvelenato all'arsenico è da fine del mondo.

Ma come dice Giacomo: Nessun luogo è allucinante come quello da cui proveniamo.
Spiaggia d'arsenico.
Spiaggia d'arsenico.



Un lungo tratto dove il deserto entra nel mare.
Un lungo tratto dove il deserto entra nel mare.



  Eppure a non più di 25 kilometri da Chañaral risiede una delle colonie più numerose del raro pinguino di Humboldt, e qui tra i pinguini, le otarie, le sule, i pellicani e i cormorani, con un tuffo al cuore vedo dalla barca quattro lontre marine del sud (Lontra Felina). Giocavano tra le onde e le rocce come fibre stesse del mare, immagini anguilline infotografabili, quattro sirene felici in più nel mio museo vivente.



 
   Naturalista si definisce Darwin dopo i lunghi studi di scienze naturali, teologia e geologia, e naturalisti sono anche Plinio, Aldrovandi, Lamarck, Wallace, Gould…. fino a Durrel e a De la Fuente.
Oggi stento a capire chi è naturalista, forse un generico amante della natura.
La definizione è stinta e indeterminata come quella di artista e di filosofo, e forse si fonde con esse.
Oggi noi possiamo vedere gli animali solo negli zoo e nelle riserve e non più nella sconfinata e organica estensione naturale che era ancora il mondo al tempo del viaggio del Beagle, viaggio ispiratore che fornirà a Darwin, anche a decenni di distanza, materiale per scrivere “L'origine delle specie”.



Proprio in questi giorni, proprio riprendendo in mano “L’origine delle specie” mi accorgo di come i problemi che pone e le soluzioni a questi siano per me un motivo ricorrente.
La teoria è stata ed è uno spartiacque decisivo del pensare e del credere, ha originato una rivoluzione tanto riuscita da essere tutt'oggi il paradigma in uso. Dimostra e convince che quelle specie tanto perfettamente determinate siano in realtà plasticamente adattabili e come vengano modellate ereditariamente secondo il tempo e l'ambiente.
E che così è, alla faccia dei teologi e creazionisti, questa è la grande risposta della scienza nell'ultima sua visione unitaria: la vita ha una spiegazione che trascende qualsiasi disegno intelligente.
Darwin si sbarazza non solo del creatore ma anche e soprattutto dell'idea di destino. È curioso e necessario che sia proprio un naturalista a farlo e che la chiave girata dell'evoluzione serva a vedere la vita come assoluta immanenza di cause ed effetti protratte ciecamente nel tempo.
La vita vive, l’esistenza esiste e tutte le sue innumerevoli specie non hanno altro scopo che quello di essere precari modelli che esprimono questa nuda e cieca tautologia.
E' la verità, e sembra una brutta verità, un «arido vero» di leopardiana memoria.

Spoglia di un cucciolo di lobo marino, forse ucciso dal veleno.
Spoglia di un cucciolo di lobo marino, forse ucciso dal veleno.
Amante da sempre delle classificazioni e delle nominazioni cerco di far arrampicare la mia fantasia in un albero classificatorio filogenetico.
Ammiro la concezione darwiniana, seguo il suo modo d'intendere la bellezza della vita come un tentativo infinito senza eternità, come un passaggio continuo di miracoli. Eppure continuo a sentire in ogni specie, in ogni individuo la divinità di un carattere imperdibile, e intuisco che anche una musica che non ha orecchie per ascoltarsi, suona precisa per qualcuno.

Per l'urgenza aselettiva che ho di scrivere queste righe, e per quanto cieca possa essere la verità io voglio credere al senso del Senso, benchè inspiegabile e lontanissimo.
Una teoria, per quanto meravigliosa, non può che allontanarlo solo un po' più in là.

Per il resto è impossibile non credere nell'evoluzione secondo l'andamento introdotto da Darwin.



Dopo averci scacciato dall'Eden Dio ci aveva lasciato in un universo in cui il sole e le stelle giravano vorticose attorno alla nostra rassicurata meraviglia.
Aveva creato animali e piante per farli nominare e classificare dai naturalisti in una linea che comincia con Adamo e che arriva fino e oltre Linneaus.
Poi il mondo è stato rivisto varie volte da filosofi e scienziati e sono crollati i sette cieli, è cambiato il modo di concepire ogni cosa e doveva apparirci come ora ci appare.
Probabilmente nuovi stravolgimenti si preparano e ci attendono. Certamente nuovi strumenti e idee, nuovi modi di nominare e classificare.
Ora si sa e si sente che lo spazio è freddo e immenso e spira tra le stelle, e che noi dentro tutto questo siamo come fibre in competizione con tutti gli altri esseri.
Ma gli uomini hanno vissuto e fatto comunque tutto il male possibile anche con le antiche credenze.
Non temo certo che dopo la teoria di Darwin e il prorompere del Caso (che non riscuoteva giusto successo dai tempi di Democrito) si sacrifichi l'idea del Dio creatore, quanto piuttosto che si perda, nell'ottica di una legge scientifica, il senso della «creatura». Mi chiedo se si potrà ancora definire così il frutto della lotta continua per l'esistenza.
Questo lieve e lento depositarsi di errori utili alla vita nel progresso genetico di ogni specie, quale spazio lascia al riconoscersi come creature tra creature?
Questo sapere che l'orologiaio è cieco e che i geni sono egoisti ci lascierà più soli quando si spegnerà il fascino brillante delle peripezie tecnobiologiche e genetiche, ma forse più evoluti nella solitudine.

Il rospo della selezione naturale è troppo amaro da ingoiare quando si sa che è proprio questa la legge che governa il mondo. E che  ordina che siano i più vitali a vincere sui meno adatti e a progredire.
Seguiamo sempre questa legge, non abbiamo trovato ancora, per noi, un'alternativa ad essa, abbiamo solo aggiunto il suo ricordo nella storia, dove si può evincere che i più adatti non sono necessariamente ne i più forti ne i migliori.
Ho visto e vedo ancora allberi genealogici di capataz e kapò a capo di ramificazioni di uomini nuovi mentre l'assottigliamento del ramo conduce a foglie caduche in numero sterminato.
La voce del mio dio, a me dentro, a me inadatto, mi dice che è proprio la vitalità che vuole uccidere la vita. E che solo questo è il fine dell'evoluzione.
Ma la voce si può anche non accettare,

 l'unica definizione che riesco e voglio darmi è quella di creatura affascinata, falena.