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Ogni malattia porta con se pensieri di vulnerabilità e delicatezza, scompare quell’atto meraviglioso e illusorio con cui nella sanità si pensa il proprio Io infinito, fonte d’infinite azioni e si ama quel pensiero come di un amore passato e ancora vivo, ancorché così vicino.
Quanta energia versata in poco tempo! Come è facile trovarsi mutati in animali deboli e mantenere la più autentica sensazione di essere ora più che mai se stessi, di essersi in due parole sempre sbagliati su se stessi e ancora di vedere lo stesso errore nel sorriso degli altri che pare si credano sani per sempre.
Ora tu vedi fino in fondo ad un pensiero malato; non nato malato, ma che si è ammalato amando la malattia da sano, pensando forse con troppo languore ai saluti serali, e all’assillo.
E’ un fantasma il libero gioco della voce ora salda, ora lieve nei discorsi appassionati. La mia voce è la prima cosa che si affievolisce quando sto male e denuncia il crollo in una monotona malinconia, da malato l’epicureo precetto “vivi nascosto” è l’unica cosa sana.
Sento il mondo, fuori con forza mescolarsi; ed io stare sdraiato, ignobile, in attesa che il mio volto torni mio, che si riavvolga il nastro di quest’incontrollabile metamorfosi per nulla voluta, eccomi!
Il mio corpo è Mondo per i nemici che si mescolano con forza.
Mi fa ridere parlare così di un male tanto piccolo, un male da bambino. I peggiori ghiottoni addentano i germogli e lasciano cicatrici nelle foglie, che insegnamento è? A cosa serve?
La necessità vuole che io sia la preda di un’ orda di bruchi! E va bene.













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