Io sono Marco Fintina

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"Così funziona, per fissazione. Nostalgia e fissazione. Il bene e il male dell’anima. Ma ora mi sembra già singolare pensare di essere stato sano una volta… nel sangue, nel cuore. L’integrità se ne va, come la purezza, come il resto. Minati dentro, sfondati, caracollanti. E non possiamo più contare su di noi per affrontare il nemico. Ci ha tolto la terra di sotto.
(...)
Nessuno mi può arrivare , o chiedere niente. Ho fatto il mio lavoro tutto da solo. A rimbalzo. Fino a che non ce l’ho fatta più.
(...)
Ora covo ferino nella stalla, aspettando il mattino.
Ed eccomi di nuovo a sei anni, il rumore nell’orecchio come un bruco sulla foglia che procede mangiandola. E che cos’è questo?… un baco che rodendo arriverà al cervello? Ed è già la notte? Era sembrata una faccenda da grandi in realtà.
I genitori dormono nella stanza vicina e io non ho nulla che possa farci. Morirò stanotte. Nemmeno volendo riuscirei a dirne, a chiamare qualcuno. Il rumore del baco, il suo rodimento continua e io non sono in regola con i peccati, anche a quelli avevo pensato di rimediarci da grande. Ci sarà tempo, pensavo più per rimediare a quelli fatti che per commetterne di nuovi… ma invece mi toccherà andarmene così, con quelli che ho già sul groppone.
Già così… dalla parte di Spessotto.
Mica dalla parte dei Davide, quelli con la scrima fatta, che niente gli si toglie da sotto ai piedi, che da piccoli già se lo tengono stretto l’astuccio, che la cartella non se la fanno mica scivolare così, nel rigagnolo, e poi non devono mettere i quaderni ad asciugare, sulla stufa a metano, già tutti inzaccherati, già dalla parte di Spessotto anche loro, nell’impiastro da subito, che la sera incombente se li abbranca nella luce d’inverno, come un gendarme…
Gli Spessotto, i vigliacchi che non dicono la verità e si fanno scoprire subito, che escono di casa di soppiatto, che non la dicono chiara, sempre sinceri nella viltà… la lealtà… la lealtà e le loro speranze non si sfoderano mai chiare, e sono lunghe come il coltello del vigliacco, che mai si decide a tirarlo fuori davvero…"


Vinicio Capossela, "Non si muore tutte le mattine"









Ogni malattia porta con se pensieri di vulnerabilità e delicatezza, scompare quell’atto meraviglioso e illusorio con cui nella sanità si pensa il proprio Io infinito, fonte d’infinite azioni e si ama quel pensiero come di un amore passato e ancora vivo, ancorché così vicino.
Quanta energia versata in poco tempo! Come è facile trovarsi mutati in animali deboli e mantenere la più autentica sensazione di essere ora più che mai se stessi, di essersi in due parole sempre sbagliati su se stessi e ancora di vedere lo stesso errore nel sorriso degli altri che pare si credano sani per sempre.
Ora tu vedi fino in fondo ad un pensiero malato; non nato malato, ma che si è ammalato amando la malattia da sano, pensando forse con troppo languore ai saluti serali, e all’assillo.
E’ un fantasma il libero gioco della voce ora salda, ora lieve nei discorsi appassionati. La mia voce è la prima cosa che si affievolisce quando sto male e denuncia il crollo in una monotona malinconia, da malato l’epicureo precetto “vivi nascosto” è l’unica cosa sana.
Sento il mondo, fuori con forza mescolarsi; ed io stare sdraiato, ignobile, in attesa che il mio volto torni mio, che si riavvolga il nastro di quest’incontrollabile metamorfosi per nulla voluta, eccomi!
Il mio corpo è Mondo per i nemici che si mescolano con forza.
Mi fa ridere parlare così di un male tanto piccolo, un male da bambino. I peggiori ghiottoni addentano i germogli e lasciano cicatrici nelle foglie, che insegnamento è? A cosa serve?
La necessità vuole che io sia la preda di un’ orda di bruchi! E va bene.













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