Il Mio Toro

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Un uomo dotato come ero io, poteva benissimo fare questa fiaba... e stare pacifico. Darmi qualunque convinzione. Dato che hai tutti i difetti dell'uomo che vive nell'epoca moderna, puoi rifare gli antichi e sei moderno. Ma non è una bravura.
Arturo Martini, Colloqui sulla scultura 1944/45

Sognavo con chiarezza l’immagine ricorrente di un kouros (simile a quello di Atene, col vitello) che sostiene sulle spalle un maiale magnificato, e mi perdevo già nei particolari più interessanti: la stretta delle mani sulle zampe, il contegno composto del porco e lo sguardo sereno dell’Uomo che con fiducia avanza sempre perennemente quel suo primo passo.
Fui svegliato da un odore caldo; ben diversa dalla sensazione sull’uomo, questa era più di un’apparenza. Ho visto per la prima volta il Toro; naturalmente sapevo già di averne informato la mia mente , ma in altre forme credevo, forse di altri uomini o di mostri.
Ma innegabile era che il Toro fosse proprio lì, davanti a me, vero, sudato, di ampia fronte riccia, e con l’occhio bovino rivoltato all’indietro; ma il suo sguardo non era proprio minaccioso, non del tutto era severo. Il suo guardarmi, piuttosto, era denso; in grado di anticipare una richiesta.
Era in evidente vantaggio su di me, poteva esser stato lì a decidere, guardandomi per ore prima di svegliarmi, perché lui aveva voluto svegliarmi! Io ero immobile e intorpidito mentre l’immagine si metteva a fuoco.
“Sono il tuo Toro” disse dopo una breve attesa, girò la testa, cambiò l’occhio con cui mi guardava ed emise un suono; non mi pareva sicuro…, mi scrutava come se non fossi degno.
Lentamente cominciavo adesso a realizzare – il Toro parlava! E mi stava giudicando.
Volevo reagire, ma non riuscii a spostarmi, inchiodato com’ero da quell’occhio; dissi: “il mio toro?”.
“Si!, sono una matrice profonda, che tu dimentichi perché non reggi, pensi che Io fatichi a stare in compagnia del mio odore, della mia foga sregolata, mi vedi immerso nella polvere, come un animale della terra col ventre ad essa attirato, Tu sai che Io ci sono, lo sai bene! Perché non riconosci il mio valore?, perché preferisci giocare con i pettirossi e con le balene?; Tu ti trattieni in compagnia degli esseri che cantano, Ti rifletti tra oceano e cielo per non sentire gli odori della terra, che poi sono i tuoi; quasi che la farfalla non puzzasse, o così la balena, solo perché Tu non hai narici abbastanza piccole o abbastanza grandi. Io sono la parte di te che sta nella tua misura, Io sono quello che sei Tu nella maniera più autentica, eppure non mi segui nelle mie scorribande, mi rinneghi chiedo?”
Si fermò continuando a fissarmi fiero, e un potente getto d’urina scrosciò dal Toro.
Si mosse allora ancor più sopra di me, i suoi zoccoli erano a livello delle mie anche bloccandomi così con le coperte, il letto forse non avrebbe retto. Io avrei potuto toccarlo, ma alzò la testa bellissima squotendola nervosamente, mai saprò dove appresi quel coraggio ma non mi restava che parlare a quella scomoda presenza:
“Tu sei il mio Toro, lo so, ma in quanto sei mio non mi manchi e non posso né voglio rinnegarti, ma vedi, quanti sono preda tua e come tu li trasformi coloro che ti seguono, quando ti seguono?, Tu sei il più nobile tra i richiami della carne e il più simile agli uomini nobili che vollero eguagliarti in forza o fierezza, Tu di rado parli come fai ora, più spesso trascini; e gli occhi iniettati sono per chi vede il pregio della tua razza, ma, è vero, non sai cantare ,Tu sai uccidere e ti fai uccidere solo da chi è più Toro di te. Per questo Io è come se ti guardassi sempre da un’arena.”
Il collo enorme accompagnò in alto la testa a quelle parole, fui sporcato da un sottile rigo di bava, di seguito levò le zampe anteriori dal mio letto per posarle a terra.
Credetti che bucasse il pavimento quando sbatté i suoi zoccoli, il Toro parlò ancora, ma in modo più rassegnato e tranquillo, e mentre mi guidava attraverso il mistero, la sua voce grossa si fece più tenera, come se volesse supplicarmi di capirlo, allora muovendosi per quanto poteva nella stanza, disse:
“Stai perdendo la tua costituzione, non senti più i muscoli e i nervi e il respiro e il desiderio e la rabbia e i denti che masticano e l’odore delle femmine e la voglia di vincere sui maschi, è evidente.
Hai perso il lato feroce e buono della vita. Non devi amarmi, basta che Tu mi segua. Devo riportarti alla misura per poter avere più libertà e impedire che l’amore celeste spartisca il tuo tempo con l’amore del porco, e Tu sai bene cos’è il porco, non sei stanco d’essere diviso, delicato, fragile? Riassumi la passione in me, che sono il tuo Toro, il nobile istinto che vuole tutto, che non conosce malattia. Si! –disse, riprendendo il suo tono - Tu ti sei accartocciato, forse hai perso anche il nesso che ti lega a me, forse passando per la via del “volerlo cambiare” hai perso la cognizione di cosa sia un Uomo, dimmi è così?”

Questo Toro miope  della fine del 2006.
Ed  ci che  ora il Mio Toro
Questo Toro miope della fine del 2006. Ed ci che ora il Mio Toro


“Sei davvero un toro molto intelligente, ma se sei mio devi convivere con le altre cose mie, non dipende da te quello che scelgo per la mia prima linea. Gli uomini fuggono da te oppure ti uccidono per la gloria, eppure al tempo stesso ti allevano, bevono il latte che bevi Tu per crescere e infine ti mangiano, così per un verso Tu resti in tutti. Giustamente però reclami la tua rarità, perché è più difficile cogliere lo spirito separato di ciò che è vicino e che si usa.
Io lo so, Tu sei una leggenda viva, il luogo della violenza che Io rispetto, l’unica che rispetto.
Per me Tu sei l’Uro che si sa muovere con calma verso l’imbrunire ai margini delle foreste europee di molti secoli fa, Tu infondesti la tua figura come un’ossessione in quell’isola che amo e che ha le tue stigmate in Knosso e Festo e Mallia; ma Tu chiedi fascino a me già riempito, perché mi chiedi fascino? Vuoi che ti faccia una statua?”
Mi interruppe subito il Toro: “Si, senz’altro.”
“Solo questo, ancora una, vuoi essere ancora riflesso, ancora suscitato.”
“Si, Tu sei in grado di evocare ciò che ha originato le evocazioni che oggi si apprezzano, anch’io ne sono stato escluso, rivolgiti a me, afferma il tuo Toro che sono.”
Non dissi una parola di quello che pensavo ma magnetizzata dal nuovo argomento la mia mente cominciava a volversi attorno al nuovo centro, dissi: “Usciamo da questa stanza, già piena del tuo odore, andiamo in un posto più consono ad un Toro.” E cominciai a vestirmi, poi cercai una cordina da legargli al collo: “la gente non sopporta che ci sia amicizia tra un ragazzo e un toro, solo per questo ti lego.” L’animale avrebbe ora seguito me.


Non fu facile fargli scendere le scale e tutto poteva essere fuorché fiero, il nostro spirito era fuori luogo nel mio condominio come lui su quella rampa.
Una volta fuori, nella mattina un po’ nebbiosa la gente che ci vide non accordò molta importanza a quello strano abbinamento, si può dire che non ci notò affatto. Il Toro disse, indovinando il mio pensiero: “Se vuoi che ci vedano mi devi slegare, allora ci vedranno.” Giurerei che non aspettasse altro, ma a me non interessava che ci vedessero e non lo slegai, forse restò deluso pensando che provassi vigliaccheria o vergogna; ma non era così, anzi, mi dicevo: “sono qui col mio Toro e nessuno lo vede, è bello come un segreto, e mi basta slegarlo perché tutti lo vedano, ma di questo ancora non c’è bisogno, lo vedranno come lui mi ha chiesto; allora sarà bello vedere se lo vedranno.”
Passammo i semafori e le caserme che da casa mia mi dividono dallo Storga, sembra d’obbligo passare per cose brutte per accedere ai luoghi sereni, il Toro guardava quelle teste di cavalli in gesso come se quel palazzo fosse una macelleria ornata a bella posta dei resti di ciò che vende; Io avevo la stessa impressione. Svoltammo, camminando in silenzio verso le aqcuette, una volta passato il cancello sciolsi il toro, mentre mettevo il cordino in tasca, l’animale si confondeva nell’opaco, sopra l’acqua la nebbia era più fitta, sentivo l’estrema felicità del Toro nella sua libertà, i suoi gorgoglii, i suoi risucchi, i suoi guadi; ma non lo vedevo. D’improvviso lo vidi spuntare dalla nebbia più spessa che accompagnava il fiume, un punto oscuro in un acquerello grigio.
Come mi batteva il cuore mentre correva verso di me attraverso il campo!
Giunse ansimante, e il suo sudore evaporante creava un’altra nebbia sopra di lui. Il Toro! ora il suo nome costituiva un richiamo per il mio sangue irrequieto, ora la sua immagine mi avrebbe seguito anche nei luoghi meno adatti a quell’idea romantica. Ora il mio Toro si dileguò, ma a me, durante il breve tragitto del ritorno, parve di portare in salvo il mio calice in mezzo a una folla di nemici.